Il salame in redazione

di Marco Travaglio

da “l’Unità” del 20 settembre 2005

L’altra sera ero a “Primo Piano” con Renato Farina, vicedirettore di Libero. Ammetto di aver giocato pesante, colpendo Farina negli affetti più cari: Andreotti. Quando ho ricordato com’è finito il processo per mafia (non assoluzione, come scrivono Farina & C.; ma prescrizione del reato «commesso» fino al 1980), il pover’uomo è ammutolito. Ha ritrovato la favella soltanto l’indomani, e ha leccato un articolo su Libero per chiedere a Bellachioma di riportare in tv «i pretendenti al ruolo di censurati… Biagi, Santoro, Luttazzi, Travaglio, i Guzzanti». Tutti «ceffi» che «non rispettano le regole», «spaventano la gente comune» e, come già nel 2001, «faranno vincere le elezioni alla Cdl». Purtroppo il Cavaliere sa che sono tutte balle, infatti non gli dà retta. Ma è interessante il concetto che l’abate Farina ha dell’ informazione e della satira: esse non servono a raccontare verità scomode, bensì a «far vincere» le elezioni a qualcuno. Perciò si appella agli eventuali lettori: «Lasciamoli dire e votiamo contro».

Di quali «regole» parla Farina? Quelle che lui stesso ha illustrato a “Magazine” «Io voglio bene a Berlusconi. C’è un rapporto di amicizia, una certa confidenza. Tutti i Natali ci vediamo per farci gli auguri. L’altr’anno gli portai un salame della Brianza lungo un metro. E lui mi regalò un Cartier». Uno scambio alla pari che l’abate, ligio alle «regole», dovette accettare. A ciascuno il suo: ai «pretendenti censurati» l’epurazione bulgara, a lui un Cartier.

Sempre a proposito di regole, l’anno scorso Farina impreziosì con una struggente introduzione un libro (“Diritto di difesa violato») che raccoglieva, gramscianamente, le lettere dal carcere di Andrea Silvestri, assessore pugliese alla Formazione e cooperazione dell’Udc, arrestato nel 2003 per peculato e truffa alla Regione. L‘accusa: corsi professionali truffaldini, ma anche uso personale del telefonino di servizio, nonché di auto blu, telepass, alberghi per viaggi di piacere a spese del contribuente, più qualche spesuccia in salumeria. Ancora salami.

La prefazione farinesca, preceduta dal lamento di Giobbe, denuncia «la tragedia, l’aggressione a un uomo inerme e buono», simbolo di «ideali cristiani» e di «un’esperienza famigliare amorosa». Un giorno «il nostro uomo sente il rimbombo di passi lontani. Qualcuno si avvicina per fargli del male». E chi sarà mai? La magistratura, naturalmente. Toghe rosse, brutta gente. «E’ la morsa della giustizia», che «prima di procedere manda avanti i suoi becchini elettronici: i giornalisti». Portano salami lunghi un metro? Ricevono Cartier? No, quelli di Bari – refrattari alle regole – «sanno tutto e scrivono tutto: perquisizioni e arresti, accuse e illazioni». A quel punto il nostro uomo «è già morto» in quel «circuito infernale che distrugge le persone e demolisce la pace civile. Una storia cominciata in grande con “Mani Pulite”». Infine, la sentenza dell’abate Farina: «Quest’uomo è innocente», eppure viene azzannato da «questo spaventoso aggeggio di tortura» che per fortuna «non ha stritolato il suo cuore». Ecco: «C’è più speranza in quest’urlo di dolore che in una sentenza di Tribunale. Andrea ha resistito e ora lotta non semplicemente per sé, ma per i suoi cari e per l’umanità intera». Poi l’abate Farina invita «i carnefici a inchinarsi dinanzi a questa testimonianza».

Ma si sa come sono fatti questi carnefici: anziché inchinarsi, seguitano a indagare. E il 30 agosto scorso fanno riarrestare Silvestri e sei presunti complici per associazione per delinquere. L‘accusa: essersi intascati gran parte dei fondi statali (5 milioni l’anno) col pretesto di assumere invalidi e disabili; senonchè i quattrini venivano poi dirottati su società intestate a figli, amici e prestanomi (ah, l’«amorosa esperienza famigliare»!), che acquistarono automobili, case, tv al plasma e perfino una camera da letto. I soliti teoremi delle toghe rosse per stritolare poveri innocenti? Non sembrerebbe. In una telefonata intercettata il 19 giugno 2003, Lucia Pepe, segretaria particolare, dice a un imprenditore: «Ti ho messo pure un fesso, che poi non lo prendi – capito? – però nel progetto dobbiamo metterlo perché ti aumenta il livello di valutazione… In quello che ti fa le pulizie ho messo che può essere anche un disabile di tipo mentale, e ti aumenta la valutazione». Ecco: per i pii galantuomini dediti alla preghiera i disabili erano «fessi» da usare per raccattare soldi pubblici. Quando l’han cercato per arrestarlo, Silvestri non era in casa. Era al santuario di Medjugorje, in pellegrinaggio

Il salame in redazione

di Marco Travaglio

da “l’Unità” del 20 settembre 2005

L’altra sera ero a “Primo Piano” con Renato Farina, vicedirettore di Libero. Ammetto di aver giocato pesante, colpendo Farina negli affetti più cari: Andreotti. Quando ho ricordato com’è finito il processo per mafia (non assoluzione, come scrivono Farina & C.; ma prescrizione del reato «commesso» fino al 1980), il pover’uomo è ammutolito. Ha ritrovato la favella soltanto l’indomani, e ha leccato un articolo su Libero per chiedere a Bellachioma di riportare in tv «i pretendenti al ruolo di censurati… Biagi, Santoro, Luttazzi, Travaglio, i Guzzanti». Tutti «ceffi» che «non rispettano le regole», «spaventano la gente comune» e, come già nel 2001, «faranno vincere le elezioni alla Cdl». Purtroppo il Cavaliere sa che sono tutte balle, infatti non gli dà retta. Ma è interessante il concetto che l’abate Farina ha dell’ informazione e della satira: esse non servono a raccontare verità scomode, bensì a «far vincere» le elezioni a qualcuno. Perciò si appella agli eventuali lettori: «Lasciamoli dire e votiamo contro».

Di quali «regole» parla Farina? Quelle che lui stesso ha illustrato a “Magazine” «Io voglio bene a Berlusconi. C’è un rapporto di amicizia, una certa confidenza. Tutti i Natali ci vediamo per farci gli auguri. L’altr’anno gli portai un salame della Brianza lungo un metro. E lui mi regalò un Cartier». Uno scambio alla pari che l’abate, ligio alle «regole», dovette accettare. A ciascuno il suo: ai «pretendenti censurati» l’epurazione bulgara, a lui un Cartier.

Sempre a proposito di regole, l’anno scorso Farina impreziosì con una struggente introduzione un libro (“Diritto di difesa violato») che raccoglieva, gramscianamente, le lettere dal carcere di Andrea Silvestri, assessore pugliese alla Formazione e cooperazione dell’Udc, arrestato nel 2003 per peculato e truffa alla Regione. L‘accusa: corsi professionali truffaldini, ma anche uso personale del telefonino di servizio, nonché di auto blu, telepass, alberghi per viaggi di piacere a spese del contribuente, più qualche spesuccia in salumeria. Ancora salami.

La prefazione farinesca, preceduta dal lamento di Giobbe, denuncia «la tragedia, l’aggressione a un uomo inerme e buono», simbolo di «ideali cristiani» e di «un’esperienza famigliare amorosa». Un giorno «il nostro uomo sente il rimbombo di passi lontani. Qualcuno si avvicina per fargli del male». E chi sarà mai? La magistratura, naturalmente. Toghe rosse, brutta gente. «E’ la morsa della giustizia», che «prima di procedere manda avanti i suoi becchini elettronici: i giornalisti». Portano salami lunghi un metro? Ricevono Cartier? No, quelli di Bari – refrattari alle regole – «sanno tutto e scrivono tutto: perquisizioni e arresti, accuse e illazioni». A quel punto il nostro uomo «è già morto» in quel «circuito infernale che distrugge le persone e demolisce la pace civile. Una storia cominciata in grande con “Mani Pulite”». Infine, la sentenza dell’abate Farina: «Quest’uomo è innocente», eppure viene azzannato da «questo spaventoso aggeggio di tortura» che per fortuna «non ha stritolato il suo cuore». Ecco: «C’è più speranza in quest’urlo di dolore che in una sentenza di Tribunale. Andrea ha resistito e ora lotta non semplicemente per sé, ma per i suoi cari e per l’umanità intera». Poi l’abate Farina invita «i carnefici a inchinarsi dinanzi a questa testimonianza».

Ma si sa come sono fatti questi carnefici: anziché inchinarsi, seguitano a indagare. E il 30 agosto scorso fanno riarrestare Silvestri e sei presunti complici per associazione per delinquere. L‘accusa: essersi intascati gran parte dei fondi statali (5 milioni l’anno) col pretesto di assumere invalidi e disabili; senonchè i quattrini venivano poi dirottati su società intestate a figli, amici e prestanomi (ah, l’«amorosa esperienza famigliare»!), che acquistarono automobili, case, tv al plasma e perfino una camera da letto. I soliti teoremi delle toghe rosse per stritolare poveri innocenti? Non sembrerebbe. In una telefonata intercettata il 19 giugno 2003, Lucia Pepe, segretaria particolare, dice a un imprenditore: «Ti ho messo pure un fesso, che poi non lo prendi – capito? – però nel progetto dobbiamo metterlo perché ti aumenta il livello di valutazione… In quello che ti fa le pulizie ho messo che può essere anche un disabile di tipo mentale, e ti aumenta la valutazione». Ecco: per i pii galantuomini dediti alla preghiera i disabili erano «fessi» da usare per raccattare soldi pubblici. Quando l’han cercato per arrestarlo, Silvestri non era in casa. Era al santuario di Medjugorje, in pellegrinaggio

Il salame in redazione

di Marco Travaglio

da “l’Unità” del 20 settembre 2005

L’altra sera ero a “Primo Piano” con Renato Farina, vicedirettore di Libero. Ammetto di aver giocato pesante, colpendo Farina negli affetti più cari: Andreotti. Quando ho ricordato com’è finito il processo per mafia (non assoluzione, come scrivono Farina & C.; ma prescrizione del reato «commesso» fino al 1980), il pover’uomo è ammutolito. Ha ritrovato la favella soltanto l’indomani, e ha leccato un articolo su Libero per chiedere a Bellachioma di riportare in tv «i pretendenti al ruolo di censurati… Biagi, Santoro, Luttazzi, Travaglio, i Guzzanti». Tutti «ceffi» che «non rispettano le regole», «spaventano la gente comune» e, come già nel 2001, «faranno vincere le elezioni alla Cdl». Purtroppo il Cavaliere sa che sono tutte balle, infatti non gli dà retta. Ma è interessante il concetto che l’abate Farina ha dell’ informazione e della satira: esse non servono a raccontare verità scomode, bensì a «far vincere» le elezioni a qualcuno. Perciò si appella agli eventuali lettori: «Lasciamoli dire e votiamo contro».

Di quali «regole» parla Farina? Quelle che lui stesso ha illustrato a “Magazine” «Io voglio bene a Berlusconi. C’è un rapporto di amicizia, una certa confidenza. Tutti i Natali ci vediamo per farci gli auguri. L’altr’anno gli portai un salame della Brianza lungo un metro. E lui mi regalò un Cartier». Uno scambio alla pari che l’abate, ligio alle «regole», dovette accettare. A ciascuno il suo: ai «pretendenti censurati» l’epurazione bulgara, a lui un Cartier.

Sempre a proposito di regole, l’anno scorso Farina impreziosì con una struggente introduzione un libro (“Diritto di difesa violato») che raccoglieva, gramscianamente, le lettere dal carcere di Andrea Silvestri, assessore pugliese alla Formazione e cooperazione dell’Udc, arrestato nel 2003 per peculato e truffa alla Regione. L‘accusa: corsi professionali truffaldini, ma anche uso personale del telefonino di servizio, nonché di auto blu, telepass, alberghi per viaggi di piacere a spese del contribuente, più qualche spesuccia in salumeria. Ancora salami.

La prefazione farinesca, preceduta dal lamento di Giobbe, denuncia «la tragedia, l’aggressione a un uomo inerme e buono», simbolo di «ideali cristiani» e di «un’esperienza famigliare amorosa». Un giorno «il nostro uomo sente il rimbombo di passi lontani. Qualcuno si avvicina per fargli del male». E chi sarà mai? La magistratura, naturalmente. Toghe rosse, brutta gente. «E’ la morsa della giustizia», che «prima di procedere manda avanti i suoi becchini elettronici: i giornalisti». Portano salami lunghi un metro? Ricevono Cartier? No, quelli di Bari – refrattari alle regole – «sanno tutto e scrivono tutto: perquisizioni e arresti, accuse e illazioni». A quel punto il nostro uomo «è già morto» in quel «circuito infernale che distrugge le persone e demolisce la pace civile. Una storia cominciata in grande con “Mani Pulite”». Infine, la sentenza dell’abate Farina: «Quest’uomo è innocente», eppure viene azzannato da «questo spaventoso aggeggio di tortura» che per fortuna «non ha stritolato il suo cuore». Ecco: «C’è più speranza in quest’urlo di dolore che in una sentenza di Tribunale. Andrea ha resistito e ora lotta non semplicemente per sé, ma per i suoi cari e per l’umanità intera». Poi l’abate Farina invita «i carnefici a inchinarsi dinanzi a questa testimonianza».

Ma si sa come sono fatti questi carnefici: anziché inchinarsi, seguitano a indagare. E il 30 agosto scorso fanno riarrestare Silvestri e sei presunti complici per associazione per delinquere. L‘accusa: essersi intascati gran parte dei fondi statali (5 milioni l’anno) col pretesto di assumere invalidi e disabili; senonchè i quattrini venivano poi dirottati su società intestate a figli, amici e prestanomi (ah, l’«amorosa esperienza famigliare»!), che acquistarono automobili, case, tv al plasma e perfino una camera da letto. I soliti teoremi delle toghe rosse per stritolare poveri innocenti? Non sembrerebbe. In una telefonata intercettata il 19 giugno 2003, Lucia Pepe, segretaria particolare, dice a un imprenditore: «Ti ho messo pure un fesso, che poi non lo prendi – capito? – però nel progetto dobbiamo metterlo perché ti aumenta il livello di valutazione… In quello che ti fa le pulizie ho messo che può essere anche un disabile di tipo mentale, e ti aumenta la valutazione». Ecco: per i pii galantuomini dediti alla preghiera i disabili erano «fessi» da usare per raccattare soldi pubblici. Quando l’han cercato per arrestarlo, Silvestri non era in casa. Era al santuario di Medjugorje, in pellegrinaggio

Il salame in redazione

di Marco Travaglio

da “l’Unità” del 20 settembre 2005

L’altra sera ero a “Primo Piano” con Renato Farina, vicedirettore di Libero. Ammetto di aver giocato pesante, colpendo Farina negli affetti più cari: Andreotti. Quando ho ricordato com’è finito il processo per mafia (non assoluzione, come scrivono Farina & C.; ma prescrizione del reato «commesso» fino al 1980), il pover’uomo è ammutolito. Ha ritrovato la favella soltanto l’indomani, e ha leccato un articolo su Libero per chiedere a Bellachioma di riportare in tv «i pretendenti al ruolo di censurati… Biagi, Santoro, Luttazzi, Travaglio, i Guzzanti». Tutti «ceffi» che «non rispettano le regole», «spaventano la gente comune» e, come già nel 2001, «faranno vincere le elezioni alla Cdl». Purtroppo il Cavaliere sa che sono tutte balle, infatti non gli dà retta. Ma è interessante il concetto che l’abate Farina ha dell’ informazione e della satira: esse non servono a raccontare verità scomode, bensì a «far vincere» le elezioni a qualcuno. Perciò si appella agli eventuali lettori: «Lasciamoli dire e votiamo contro».

Di quali «regole» parla Farina? Quelle che lui stesso ha illustrato a “Magazine” «Io voglio bene a Berlusconi. C’è un rapporto di amicizia, una certa confidenza. Tutti i Natali ci vediamo per farci gli auguri. L’altr’anno gli portai un salame della Brianza lungo un metro. E lui mi regalò un Cartier». Uno scambio alla pari che l’abate, ligio alle «regole», dovette accettare. A ciascuno il suo: ai «pretendenti censurati» l’epurazione bulgara, a lui un Cartier.

Sempre a proposito di regole, l’anno scorso Farina impreziosì con una struggente introduzione un libro (“Diritto di difesa violato») che raccoglieva, gramscianamente, le lettere dal carcere di Andrea Silvestri, assessore pugliese alla Formazione e cooperazione dell’Udc, arrestato nel 2003 per peculato e truffa alla Regione. L‘accusa: corsi professionali truffaldini, ma anche uso personale del telefonino di servizio, nonché di auto blu, telepass, alberghi per viaggi di piacere a spese del contribuente, più qualche spesuccia in salumeria. Ancora salami.

La prefazione farinesca, preceduta dal lamento di Giobbe, denuncia «la tragedia, l’aggressione a un uomo inerme e buono», simbolo di «ideali cristiani» e di «un’esperienza famigliare amorosa». Un giorno «il nostro uomo sente il rimbombo di passi lontani. Qualcuno si avvicina per fargli del male». E chi sarà mai? La magistratura, naturalmente. Toghe rosse, brutta gente. «E’ la morsa della giustizia», che «prima di procedere manda avanti i suoi becchini elettronici: i giornalisti». Portano salami lunghi un metro? Ricevono Cartier? No, quelli di Bari – refrattari alle regole – «sanno tutto e scrivono tutto: perquisizioni e arresti, accuse e illazioni». A quel punto il nostro uomo «è già morto» in quel «circuito infernale che distrugge le persone e demolisce la pace civile. Una storia cominciata in grande con “Mani Pulite”». Infine, la sentenza dell’abate Farina: «Quest’uomo è innocente», eppure viene azzannato da «questo spaventoso aggeggio di tortura» che per fortuna «non ha stritolato il suo cuore». Ecco: «C’è più speranza in quest’urlo di dolore che in una sentenza di Tribunale. Andrea ha resistito e ora lotta non semplicemente per sé, ma per i suoi cari e per l’umanità intera». Poi l’abate Farina invita «i carnefici a inchinarsi dinanzi a questa testimonianza».

Ma si sa come sono fatti questi carnefici: anziché inchinarsi, seguitano a indagare. E il 30 agosto scorso fanno riarrestare Silvestri e sei presunti complici per associazione per delinquere. L‘accusa: essersi intascati gran parte dei fondi statali (5 milioni l’anno) col pretesto di assumere invalidi e disabili; senonchè i quattrini venivano poi dirottati su società intestate a figli, amici e prestanomi (ah, l’«amorosa esperienza famigliare»!), che acquistarono automobili, case, tv al plasma e perfino una camera da letto. I soliti teoremi delle toghe rosse per stritolare poveri innocenti? Non sembrerebbe. In una telefonata intercettata il 19 giugno 2003, Lucia Pepe, segretaria particolare, dice a un imprenditore: «Ti ho messo pure un fesso, che poi non lo prendi – capito? – però nel progetto dobbiamo metterlo perché ti aumenta il livello di valutazione… In quello che ti fa le pulizie ho messo che può essere anche un disabile di tipo mentale, e ti aumenta la valutazione». Ecco: per i pii galantuomini dediti alla preghiera i disabili erano «fessi» da usare per raccattare soldi pubblici. Quando l’han cercato per arrestarlo, Silvestri non era in casa. Era al santuario di Medjugorje, in pellegrinaggio

Il salame in redazione

di Marco Travaglio

da “l’Unità” del 20 settembre 2005

L’altra sera ero a “Primo Piano” con Renato Farina, vicedirettore di Libero. Ammetto di aver giocato pesante, colpendo Farina negli affetti più cari: Andreotti. Quando ho ricordato com’è finito il processo per mafia (non assoluzione, come scrivono Farina & C.; ma prescrizione del reato «commesso» fino al 1980), il pover’uomo è ammutolito. Ha ritrovato la favella soltanto l’indomani, e ha leccato un articolo su Libero per chiedere a Bellachioma di riportare in tv «i pretendenti al ruolo di censurati… Biagi, Santoro, Luttazzi, Travaglio, i Guzzanti». Tutti «ceffi» che «non rispettano le regole», «spaventano la gente comune» e, come già nel 2001, «faranno vincere le elezioni alla Cdl». Purtroppo il Cavaliere sa che sono tutte balle, infatti non gli dà retta. Ma è interessante il concetto che l’abate Farina ha dell’ informazione e della satira: esse non servono a raccontare verità scomode, bensì a «far vincere» le elezioni a qualcuno. Perciò si appella agli eventuali lettori: «Lasciamoli dire e votiamo contro».

Di quali «regole» parla Farina? Quelle che lui stesso ha illustrato a “Magazine” «Io voglio bene a Berlusconi. C’è un rapporto di amicizia, una certa confidenza. Tutti i Natali ci vediamo per farci gli auguri. L’altr’anno gli portai un salame della Brianza lungo un metro. E lui mi regalò un Cartier». Uno scambio alla pari che l’abate, ligio alle «regole», dovette accettare. A ciascuno il suo: ai «pretendenti censurati» l’epurazione bulgara, a lui un Cartier.

Sempre a proposito di regole, l’anno scorso Farina impreziosì con una struggente introduzione un libro (“Diritto di difesa violato») che raccoglieva, gramscianamente, le lettere dal carcere di Andrea Silvestri, assessore pugliese alla Formazione e cooperazione dell’Udc, arrestato nel 2003 per peculato e truffa alla Regione. L‘accusa: corsi professionali truffaldini, ma anche uso personale del telefonino di servizio, nonché di auto blu, telepass, alberghi per viaggi di piacere a spese del contribuente, più qualche spesuccia in salumeria. Ancora salami.

La prefazione farinesca, preceduta dal lamento di Giobbe, denuncia «la tragedia, l’aggressione a un uomo inerme e buono», simbolo di «ideali cristiani» e di «un’esperienza famigliare amorosa». Un giorno «il nostro uomo sente il rimbombo di passi lontani. Qualcuno si avvicina per fargli del male». E chi sarà mai? La magistratura, naturalmente. Toghe rosse, brutta gente. «E’ la morsa della giustizia», che «prima di procedere manda avanti i suoi becchini elettronici: i giornalisti». Portano salami lunghi un metro? Ricevono Cartier? No, quelli di Bari – refrattari alle regole – «sanno tutto e scrivono tutto: perquisizioni e arresti, accuse e illazioni». A quel punto il nostro uomo «è già morto» in quel «circuito infernale che distrugge le persone e demolisce la pace civile. Una storia cominciata in grande con “Mani Pulite”». Infine, la sentenza dell’abate Farina: «Quest’uomo è innocente», eppure viene azzannato da «questo spaventoso aggeggio di tortura» che per fortuna «non ha stritolato il suo cuore». Ecco: «C’è più speranza in quest’urlo di dolore che in una sentenza di Tribunale. Andrea ha resistito e ora lotta non semplicemente per sé, ma per i suoi cari e per l’umanità intera». Poi l’abate Farina invita «i carnefici a inchinarsi dinanzi a questa testimonianza».

Ma si sa come sono fatti questi carnefici: anziché inchinarsi, seguitano a indagare. E il 30 agosto scorso fanno riarrestare Silvestri e sei presunti complici per associazione per delinquere. L‘accusa: essersi intascati gran parte dei fondi statali (5 milioni l’anno) col pretesto di assumere invalidi e disabili; senonchè i quattrini venivano poi dirottati su società intestate a figli, amici e prestanomi (ah, l’«amorosa esperienza famigliare»!), che acquistarono automobili, case, tv al plasma e perfino una camera da letto. I soliti teoremi delle toghe rosse per stritolare poveri innocenti? Non sembrerebbe. In una telefonata intercettata il 19 giugno 2003, Lucia Pepe, segretaria particolare, dice a un imprenditore: «Ti ho messo pure un fesso, che poi non lo prendi – capito? – però nel progetto dobbiamo metterlo perché ti aumenta il livello di valutazione… In quello che ti fa le pulizie ho messo che può essere anche un disabile di tipo mentale, e ti aumenta la valutazione». Ecco: per i pii galantuomini dediti alla preghiera i disabili erano «fessi» da usare per raccattare soldi pubblici. Quando l’han cercato per arrestarlo, Silvestri non era in casa. Era al santuario di Medjugorje, in pellegrinaggio